Un articolo de il Tirreno di Domenico Lombardi, ex-Sindaco di Pietrasanta.

Maria-Gamundi-scultura-Pietrasanta

di DOMENICO LOMBARDI

L’infanzia a Caracas, l’adolescenza tra il Venezuela e gli Stati Uniti, poi a New York l’incontro che le ha cambiato la vita: quello con l’immagine, ritratta in un manifesto, di Pietrasanta. Maria Gamundi, le cui sculture che plasmano corpi femminili hanno conquistato il mondo, racconta così quel momento: «Avevo visto il nome di Pietrasanta nel 1972, su un manifesto al Prat Institute a New York. Era il programma per uno stage in Versilia, aperto agli studenti dell’Istituto. Era importante venire per maturare crediti per la laurea, fare esperienza nella lavorazione del marmo e conoscere i grandi scultori. Quel manifesto – dice l’artista a cui il mese scorso il Circolo Fratelli Rosselli ha assegnato il venticinquesimo premio internazionale di scultura “Pietrasanta e la Versilia nel mondo” – ha cambiato il destino della mia vita. Il programma era abbastanza costoso e io ero una di cinque figli. Con la New York State University si trovò un’alternativa meno costosa e, assieme alle mie sorelle, sono andata ad Urbino alla Scuola del Libro dove ho imparato incisione. Ma a me piaceva il marmo e il 9 gennaio 1973 sono arrivata a Pietrasanta. Che non ho più lasciato».

Una scelta coraggiosa. Che ambiente hai trovato?

«Sono andata subito all’Istituto d’arte Stagio Stagi. Incontrai Lido Bovecchi che insegnava nella scuola e mi disse “ma tu vieni da un’Università, non puoi tornare indietro in un Istituto. Vieni a lavorare con me nel mio studio”. Mi offrì uno spazio, il marmo e gli strumenti. Così ho cominciato a “farmi il braccio”. In quegli anni erano poche le ragazze che venivano ad imparare. Ho incontrato una generosità e disponibilità unica in Lido ma anche in tutti gli altri artigiani che ho conosciuto. Parlavo, oltre l’inglese, lo spagnolo italianizzato così riuscivo a farmi capire. In quei mesi conobbi Earl Neiman, artista anche lui, che divenne mio marito. Dopo una parentesi di circa tre anni e mezzo a Miesbach (Germania), nel 1976 siamo ritornati con grande gioia in Versilia. Si abitava nella canonica di Monteggiori, dove ho trascorso trentacinque anni della mia vita. Abbiamo affittato uno spazio nello studio Antonucci per poi lavorare la terracotta alla bottega Versiliese dove si facevano anche fusioni. Ho conosciuto poi la fonderia Mariani dove da trenta anni lavoro il bronzo. Ho scolpito il marmo alla bottega Versiliese, quindi allo studio Giannoni sino a quando, nel 1999, ho acquistato un piccolo studio. In quegli anni si respirava un’atmosfera straordinaria. Erano affascinanti i laboratori in via del Teatro dove gli artigiani e gli operai fischiavano e cantavano. Mi accoglievano con gentilezza e grande disponibilità di ascolto. Si beveva un bicchiere di vino e ti facevano partecipe del progetto in corso. Belle erano le feste che venivano fatte alla fine di una fusione (ricordo la fonderia Tommasi). Questo clima un po’ si è perso, frutto dell’evoluzione dei tempi».

Come ti trovi nella comunità artistica di Pietrasanta? 

«Bene. Ho molti amici che mi sono affezionati. È cambiato il modo di essere artisti. Negli anni del mio arrivo, dopo il lavoro, gli scultori venivano al bar o all’osteria polverosi per dimostrare che avevano lavorato. Un motivo di vanto. Si parlava della nostra giornata. Pietrasanta oggi è molto cambiata. È certamente più bella, più chic, con molte gallerie e ristoranti; viene molta gente, ma il “sapore di prima” non c’è più. Non si può dire se è meglio o se è peggio perchè è certamente cambiato il gusto delle persone. Talvolta ammirano cose scioccanti. È cambiato il culto del bello e dell’armonia».

Quale è l’artista che ammiri di più?

«Giuliano Vangi. La sua forza artistica esprime il pathos umano in tutte le sue forme: dolcezza, aggressività, odio, amore, morte, disperazione. Vangi emoziona, non puoi rimanere insensibile di fronte alle sue opere, al suo granito. Ti sorprende. È sempre una ricerca».

Se tu fossi responsabile della cultura a Pietrasanta cosa faresti?

«Cercherei di creare ancora più opportunità agli artisti che vengono, vivono e lavorano qui. Ulteriore possibilità di spazi espositivi. Le gallerie qui espongono generalmente opere realizzate fuori di qua, anche se ci sono alcune eccezioni. Continuerei ad allargare il parco della scultura su tutto il territorio e sarebbe bello potere realizzare il Museo di Arte Contemporanea con le opere che i molti artisti di Pietrasanta potrebbero donare. Bellissimo il Museo dei Bozzetti».

Quale è il fascino della piccola Atene?

«Essere una città a misura di uomo, con una piazza meravigliosa e la rocca alle spalle. Ti invita alla contemplazione. La zona a traffico limitato nel centro storico ha portato grandi risultati, come vivere nei suoi spazi la città camminando a piedi. Ci sono gallerie importanti, negozi interessanti, ristoranti caratteristici. Si respira un’internazionalità che sta diventando sempre più prestigiosa. Ci sono iniziative culturali di valore come Pietrasanta in concerto del maestro Guttman. In una parola, la qualità della cultura e dei suoi operatori

e, per un’artista, la bravura dei nostri artigiani nelle diverse tipologie di lavoro. Aver saputo realizzare una integrazione di diverse attività che vede, oltre l’artigiano, i formatori, gli incassatori, i trasporti specializzati. Una realtà unica al mondo».

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